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Il poeta che scese all'Inferno

Il poeta che scese all'Inferno

Nel 1302, Dante Alighieri, priore di Firenze e ambasciatore presso il papa, fu condannato all'esilio perpetuo con l'accusa falsa di baratteria. Non poté mai più rivedere la sua città. Da quel dolore, da quella ferita, nacque la "Divina Commedia", il poema più grande della letteratura italiana. Dante scelse di scriverlo in volgare, la lingua del popolo, perché fosse accessibile a tutti, non solo ai dotti. Immaginò un viaggio attraverso i tre regni dell'aldilà: Inferno, Purgatorio e Paradiso. La sua guida fu prima Virgilio, simbolo della ragione umana, e poi Beatrice, simbolo della fede e della teologia. L'Inferno dantesco è governato dalla legge del contrappasso, per cui ogni pena rispecchia perfettamente il peccato commesso in vita. L'esilio insegnò a Dante l'amarezza di dover dipendere dalla carità o dall'ospitalità altrui, ma gli regalò anche lo sguardo universale di chi ha perso tutto e ha saputo ricostruirsi. Oggi la sua opera parla ancora a chiunque abbia smarrito la strada e cerchi un senso alla propria vita.

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